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Harynos

Il Manuale del Guerriero




I capitoli

CAPITOLO PRIMO. IL CIOCCOLATINO PIU’ BUONO DEL MONDO

IL giorno più bello della settimana per Will era sicuramente il venerdì. I suoi coetanei e compagni di classe lo avrebbero preso per folle se lo avessero saputo: i giorni migliori, per un qualsiasi ragazzino di dodici anni, non potevano che essere il sabato e la domenica visto che non erano giorni di scuola. Ma Will non la pensava affatto così. Per lui il venerdì aveva un gusto tutto speciale che il sabato e la domenica non avevano: il gusto del desiderio. Da quando si svegliava e fino al suono della campanella dell’ultima ora di lezione si trastullava con il pensiero che quelli erano gli ultimi momenti di sofferenza e che presto la settimana scolastica sarebbe finita, per cui non gli pesava neppure tanto andare a scuola di venerdì.

Al mattino indugiava beato nel letto quando sua madre lo chiamava, mangiava sempre più del solito a colazione, si vestiva e si lavava il più lentamente possibile. Ovviamente, tutto ciò finiva spesso per farlo arrivare in ritardo. Ma questo non era un problema, anzi: in realtà, sperava di fare arrabbiare i professori con il suo comportamento. Adorava dar loro noie e il venerdì si sentiva più spavaldo dato che poi non li avrebbe rivisti per tutto il weekend.

Secondo quell’antico adagio per cui più che possedere una cosa ci piace desiderarla, Will voleva fortemente che arrivasse il fine settimana e il venerdì era l’elettrizzante preludio alle giornate di festa che lo attendevano. Proprio un venerdì gli successe qualcosa di straordinario, qualcosa che lo avrebbe segnato per sempre, ma se ne sarebbe reso conto solo molto tempo dopo…

La campanella suonò l’inizio dell’ultima ora. Gli alunni, irrequieti, giravano tra i banchi attendendo l’arrivo del professor Pozza, mentre dalle finestre aperte entrava una leggera brezza che sapeva di campi fioriti ed era un richiamo irresistibile. Oltretutto, Marzo era iniziato da poco e il sole quel pomeriggio era particolarmente luminoso. Will, i capelli biondi spettinati e due occhi innocenti color del cielo, sbadigliò mentre scarabocchiava qualcosa seduto al suo posto. Vestiva un paio di jeans blu scuro strappati qua e là secondo la moda, una felpa nera con delle scritte bianche e un paio di scarpe da ginnastica bianche anch’esse.

Notò il nuovo astuccio di un suo compagno, Andrea Manin, un secchione come pochi. Era rigonfio di penne.

Sembra una palla da rugby – si disse.

Senza pensarci troppo si alzò, fece qualche passo e afferrò l’oggetto, rimasto incustodito sul banco mentre il proprietario aveva approfittato del cambio dell’ora per andare al bagno.

«Attenzione, Marco: sto per lanciare!» – urlò portando con le mani l’astuccio dietro la nuca.

Un ragazzo dai capelli castani corti dall’altra parte dell’aula si voltò e tese le mani, pronto a raccogliere il passaggio. Si chiamava Marco Foresti e a Will stava simpaticamente sulle scatole. I due erano in competizione in quanto si fregiavano del titolo di teste più calde della classe. Per colpa di Marco, Will era spesso finito in presidenza; l’altro, invece, non era mai stato pizzicato. Fino a quel venerdì.

«Forza!» – lo incitò.

Il biondino si distese e i due cominciarono a passarsi la palla improvvisata come se stessero davvero giocando a rugby. Poco dopo Andrea Manin ritornò dal bagno e si accorse quasi subito di ciò che stava accadendo. Disperato, urlò ai due di smetterla e tentò di riprendersi l’astuccio gettandosi inutilmente su Marco, che aveva il “possesso di palla”, per impedirgli di “passare” l’astuccio a Will. Il biondino, allora, salì con i piedi sopra un banco e dalla sua posizione sopraelevata riprese insistentemente a “chiedere palla”. Proprio in quel momento entrò il professor Pozza, ma dei tre solo Will se ne accorse: gli altri due erano troppo impegnati con l’astuccio. Quando Marco si decise a lanciare, Will urlò: «Finta!» – spostandosi di lato. L’astuccio gli passò accanto, uscì dalla finestra aperta e finì per schiantarsi contro il fanale di un’auto. Dall’interno dell’aula si udì un sonoro crash. Il professore, un vecchio borioso pronto da tempo per la pensione, si affacciò: quella era la sua macchina.

La classe, che prima rumoreggiava, si zittì completamente. Sulla tempia dell’insegnante una vena prese a gonfiarsi in modo orrendo: «Foresti, in presidenza!» – sentenziò sputacchiando mentre parlava.

Marco, mestamente, si avviò fuori dall’aula, gli altri ragazzini presero posto e la lezione cominciò. Will allargò la bocca in un sorriso che gli veniva dal cuore: giustizia era fatta!

Tornò ad appollaiarsi nel suo banco in fondo all’aula, soddisfatto, con le mani dietro la nuca. Per chiudere in bellezza la giornata gli rimaneva solo un’altra cosa da fare. Il professore, che insegnava inglese, li aveva divisi in gruppetti di tre, quattro persone e aveva dato loro dei testi da tradurre in italiano. Nel suo gruppo c’era, fra gli altri, quell’antipatica di Silvia Orlandi, brutta come la fame e sempre pronta a fare la spia quando lui metteva a frutto le sue capacità furfantesche per creare disordini in classe. Il piano era quello di farla uscire dal gruppo. Certo, con le traduzioni Silvia se la cavava meglio di chiunque altro, ma per Will il rendimento scolastico non era importante. Quello era il suo gruppo di studio, lei era antipatica, aveva due fondi di bottiglia al posto degli occhiali e non doveva restarci . Punto.

Mise in atto una strategia niente male: da quando, qualche giorno prima, il professore aveva formato i gruppi, sistematicamente iniziò a rubare penne e matite agli altri due componenti per infilarle nell’astuccio del “mostro”, come la chiamava lui. I due ragazzi, accortisi delle sparizioni, si fecero alquanto sospettosi. Nel corso della mattinata Will aveva preso l’ennesima matita dall’astuccio di Federico De Tina, uno del suo gruppo. Ad un tratto lo studente abbassò lo sguardo per leggere un brano ad alta voce e gli altri componenti fecero lo stesso per seguire il testo. Il biondino, che attendeva proprio quell’istante, non si lasciò sfuggire l’opportunità: lanciò la matita in testa a Silvia. La ragazza, dopo un sommesso ahi!, notò il lapis e, pensando ad uno scherzo idiota (capitava spesso che gli altri ragazzi le lanciassero addosso qualcosa, poverina!), la prese e se la infilò nell’astuccio. Federico, che aveva sollevato lo sguardo sentendola gemere, riconobbe la sua matita e non perse neppure un secondo a chiamare l’insegnante.

«Professore, scusi… La Silvia ci ruba le matite!» – cantilenò mettendo l’articolo davanti al nome, da buon vicentino.

Pozza si avvicinò, ancora infuriato per la storia del fanale. Non vedeva l’ora di punire altri studenti e non ascoltò neppure le giustificazioni della Orlandi, prestando invece molta attenzione alle accuse di Federico che per provare quel che diceva prese l’astuccio della ragazza e lo svuotò sul banco. Sia lui che l’altro alunno del gruppo riconobbero alcune penne e matite di loro proprietà. Will, trattenendo a stento le risa, intervenne anch’esso millantando che c’era uno dei suoi pennarelli all’interno dell’astuccio. Al professore non serviva altro: la Orlandi, ormai in lacrime, fu immediatamente spedita in presidenza.

Poteva andare bene così, no? Due dei suoi compagni più antipatici erano finiti nei guai per merito suo. Poteva accontentarsi. Poteva stare buono. L’ultima ora era quasi finita. Poteva ritenersi soddisfatto e passare un bel weekend in pace.

Invece no! Will non conosceva misura; era fatto così: quando cominciava non riusciva più a smettere. E marachella dopo marachella si sentiva sempre più spavaldo e incosciente. Doveva fermarsi perché d’ora in avanti ogni passo poteva essere fatale. Ma il professore, con i suoi pantaloni nuovi color cachi (un colore orrendo a suo parere), mentre spiegava la lezione girando tra i banchi gli passò troppo vicino. Il suo compagno di banco armeggiava con le forbici. Fu un attimo: Will gliele strappò di mano e con abile mossa tagliò uno dei passanti di quegli orrendi pantaloni. Aveva osato troppo: Pozza ovviamente se ne accorse e il biondino sentì la faccia pungente di sputi.

Quel pomeriggio la presidenza finì per essere davvero affollata. Will fu trattenuto ben oltre l’orario di scuola. Furono avvertiti i suoi genitori. Venne a prenderlo sua madre che si arrabbiò molto e lo sgridò per tutto il tragitto mentre tornavano a casa. Perché se per un genitore un figlio che si comportava male a scuola era motivo di preoccupazione, ancor di più lo era per la signora Laura Battistello che di mestiere faceva l’avvocato e nel corso della sua vita aveva sempre tenuto una condotta impeccabile, fin da quando era piccola e sia a scuola che a casa non aveva mai dato problemi ai suoi genitori.

Fisicamente Will era uguale alla madre: anch’essa bionda con gli occhi azzurri e dei bellissimi lineamenti.

Ci somigliamo solo esteticamente – si ripeteva lei.

In effetti il figlio era il classico lupo travestito da agnello e Laura non sapeva più che provvedimenti prendere: a casa i castighi si sprecavano e spesso lui andava a letto senza cena.

Quella sera Will si aspettava una simile punizione. La cosa, comunque, non lo preoccupò più di tanto. Gli dispiaceva vedere sua madre triste e arrabbiata e si sentiva leggermente in colpa, ma solo un po’. Una volta a casa si sarebbe chiuso in camera e quei pensieri non lo avrebbero più toccato.

La sua famiglia abitava sui Colli Berici, nella provincia di Vicenza, una ridente cittadina del Nord Italia. La casa era immersa nel verde in un bel quartiere residenziale pieno di splendide ville. Dopo una quindicina di minuti di viaggio la signora Battistello inserì il segnale di svolta a sinistra e prese il telecomando dal cruscotto. Will schiacciò il pulsante che abbassava il finestrino per cacciar fuori il viso e respirare l’aria fresca. Il cancello d’ingresso lentamente si aprì, i movimenti scanditi dal lampeggiante, rivelando un incantevole giardino molto ben curato. La macchina superò l’ingresso e percorse un vialetto di ghiaia terminando la corsa in una piccola piazzetta circolare antistante un magnifico rustico perfettamente restaurato. Il ragazzo aprì lo sportello e corse dentro casa gettando lo zaino tra le braccia del maggiordomo, un vecchio sempre sorridente dal portamento fiero. L’uomo, che era accorso sentendo l’auto arrivare, lo afferrò senza problemi: quella era una pratica cui era abituato.

«Ben tornato, signorino!» – disse, ma Will era già entrato in casa.

«Salve, Jonathan! Alfred ha chiamato per caso?» – chiese Laura uscendo a sua volta dall’auto.

«Non ancora, signora…»

Alfred Donovan, americano, era il padre di Will. Importante funzionario politico, Laura sapeva che sposandolo si sarebbe dovuta abituare a vederlo di rado, soprattutto durante la settimana. Spesso nei weekend rincasava ma evidentemente non in quello.

Avrebbe chiamato, altrimenti – concluse rassegnata.

Anche Will vedeva poco Alfred e Laura era convinta che quella fosse la ragione principale del carattere irrequieto del figlio. Sospirò, come per chiudere con quei pensieri e, seguita dal vecchio Jonathan, entrò anch’essa in casa.

La stanza da letto di Will era la classica cameretta di un ragazzino di dodici anni, solo un po’ più grande e con bel lettone a due piazze. Era piena di giochi, c’erano un sacco di poster alle pareti, un armadio a specchio e una scrivania per fare i compiti occupata da una console per videogiochi, una piccola tv con lettore dvd incorporato e un pc portatile. Poco più sopra una mensola traboccava di cd. I poster raffiguravano locandine di film famosi, artisti musicali e protagonisti di cartoni animati. In particolare era piuttosto ricorrente la figura di un robot color grigio scuro, descritta dalla parola “Cyber-Titano”; probabilmente il nome del personaggio.

La camera era al primo piano, aveva una finestra e una porta finestra che si aprivano su un bel terrazzino circondato dagli alberi. La presenza di una vegetazione relativamente folta rendeva la posizione della stanza e della terrazza molto strategiche. Nonostante fosse in castigo, Will avrebbe potuto tranquillamente uscire di casa non visto calandosi giù attraverso gli alberi che, oltre a fungere da scale, nascondevano ottimamente la terrazza, quasi invisibile dall’esterno. Con un posto del genere gli capitava spesso di giocare agli “elfi”, immaginando di vivere in un palazzo costruito nel cuore di una foresta.

La porta della camera si aprì e il ragazzino entrò nel suo regno, trafelato. Si diresse a grandi passi verso la scrivania, prese il telecomando della tele e si buttò sul letto. Poi si tolse rapidamente le scarpe e schiacciò il pulsante di accensione. Era l’ora del suo programma preferito. Trovò il canale giusto e emise un sospiro di sollievo vedendo che era arrivato in tempo.

Perfetto: inizia adesso… – pensò sorridendo, e allungò la mano fino al cassetto del comodino. Lo aprì e ne estrasse una barretta di cioccolato e un giocattolo robot uguale a quello raffigurato nei poster.

«Vai, Ferro: annientiamo gli invasori!» – esclamò roteando il pupazzetto, alto non più di trenta centimetri.

Ferro” era il soprannome che aveva scelto per il suo giocattolo, il Cyber-Titano, eroe dei cartoni animati che andava molto in Italia in quel periodo. Il nomignolo era dovuto alla forma del mento del robot: rude e allungata, che ricordava inequivocabilmente la punta di un ferro da stiro. I pugni, collegati ad una catenina di metallo all’interno delle braccia, erano estensibili. Per mezzo di un meccanismo ad incastro li si poteva separare dalle braccia e farli roteare, come se al polso del robot fosse legata una palla con catena.

Will era estasiato dalle avventure del Cyber-Titano, soprattutto perché il protagonista si mostrava insensibile e spietato coi nemici e li distruggeva senza lasciare traccia, mirando solo al conseguimento della missione.

E’ giusto così – fantasticava eccitato – massacrali, scassali di legnate! Che ci pensino la prossima volta che vogliono conquistare la terra!

Il cartone durò circa una mezz’ora, al termine della quale Will sentì un rumore di passi: sua madre stava salendo le scale.

Verrà a dirmi che stasera mi manda a letto senza cena – pensò, e attese.

La porta della camera si aprì e Laura si affacciò nella stanza: «Ciao, caro» – disse con un finto sorriso – «sono venuta ad augurarti buona notte!..» – e poi, assumendo un tono più serio: «Chiaramente non mi lasci scelta col tuo comportamento, tesoro».

«Chiaramente..» – confermò lui tranquillo.

«E lavati i denti prima di andare a letto, mi raccomando!» – concluse lei con il tono di chi diceva le cose perché andavano dette e con poca speranza di essere ascoltata davvero.

«Certo, mamma. Buonanotte!»

Laura sospirò rassegnata e lo lasciò richiudendo la porta.

Lui aspettò che fosse lontana, poi guardò l’ora: «Le otto… Qui ci vuole una pizza» – borbottò, e si diresse verso lo zaino.

Prese il cellulare, compose un numero che sapeva a memoria e attese. Dopo pochi istanti rispose uno dei camerieri della pizzeria da asporto in fondo alla via. Ordinò una diavola e una soda.

«Tra mezz’ora va bene.. sì, grazie, dalla porta sul retro. Ciao…» – e chiuse la comunicazione.

Si muoveva così tutte le volte che i suoi lo mettevano in castigo e gli proibivano di cenare: si faceva consegnare la pizza sul retro, dove non c’erano né il campanello né le telecamere. Di rado capitava che il vecchio Jonathan se ne accorgesse visto che la cucina si trovava sul retro della casa e all’ora di cena il maggiordomo era sempre impegnato ai fornelli. Ma faceva finta di niente: tra lui e Will c’era una sorta di tacito accordo, tanto più che il vecchio spesso gli riempiva il cassetto del comodino con merendine al cioccolato. Una volta il ragazzo vi trovò addirittura i soldi per pagare la pizza. Ma quelli non erano un problema: la paghetta settimanale era sempre abbondante e anche se sua madre ogni tanto gli tagliava i viveri (era un altro dei suoi metodi punitivi) il padre, prima di partire per l’estero o di ritorno da un viaggio diplomatico, si preoccupava sempre di non lasciarlo a corto di soldi.

«Non si sa mai!» – si giustificava.

Per raggiungere il cancelletto sul retro il biondino era solito calarsi da uno degli alberi che circondavano la terrazza. Poi, avvolto nella penombra, attraversava il giardino costeggiando la casa (e tenendosi ben lontano dalle finestre, soprattutto quelle illuminate), fino al muro posteriore. Lì, nascosto tra i cespugli, attendeva l’arrivo del motorino della pizzeria con le orecchie spalancate. Non avevano cani, per cui non c’era neppure il rischio che il cucciolo di casa, vedendolo, gli corresse incontro facendogli le feste e facendolo scoprire. Stranamente Will non aveva mai chiesto un cane ai suoi genitori, preferendo invece i mille giochi tecnologici che aveva in camera. Sua madre, d’altro canto, era contenta che il figlio non volesse animali.

«I cani sporcano» – ripeteva.

Far arrivare la pizza e la lattina in cima agli alberi avrebbe potuto essere problematico, ma Will si era regolato di conseguenza. Di solito faceva così: prendeva il catino della biancheria sporca e legava una corda alle maniglie. Poi lo calava giù dalla terrazza e lo fissava ad un ramo sporgente. La corda era un gentile “omaggio” del suo ex gruppo scout, una trovata di sua madre per educarlo alla disciplina e al rispetto del prossimo.

Il proposito era destinato a fallire miseramente: dopo neanche una settimana Will venne cacciato dal campo. Una notte aveva tagliato i tiranti della tenda dei capisquadra che si era progressivamente afflosciata e quelli si svegliarono nel cuore della notte su tutte le furie.

Trascorsi circa venti minuti dalla telefonata Will si mosse. Andò al comodino, guardò Ferro per un attimo dicendo: «Partiamo in missione, amico!» – poi se lo infilò in una delle tasche posteriori dei jeans.

Prese dieci euro dal portafoglio, la corda di canapa e il catino, quindi uscì in terrazza. Fuori non era ancora del tutto buio. Cercando di fare meno rumore possibile fece scendere il catino fino a terra e fissò la corda ad un ramo. Poi fu il suo turno di calarsi.

Mentre scendeva la sua attenzione fu attirata da un ragno dai colori sgargianti che aveva fatto la ragnatela proprio su quell’albero. Se non fosse stato per il colorito arancione vivo non lo avrebbe notato. Indugiò un attimo a contemplarlo e quindi proseguì nella discesa.

Con un ultimo balzo fu a terra e si guardò attorno. Tutto tranquillo. Senza curarsi troppo del rumore dei suoi passi corse verso il cancello sul retro. Sgattaiolò veloce tra le piante costeggiando la casa e facendosi più cauto solo in prossimità delle finestre. Dopo neanche un minuto aveva raggiunto il cespuglio vicino al muro posteriore. Se ne stette lì buono buono per un po’, finché non sentì arrivare il motorino. Allora uscì dal suo nascondiglio e si affacciò sulla strada appoggiandosi al cancello.

Il ragazzo che guidava parcheggiò e si tolse il casco rivelando una folta capigliatura scura e ricciola. Era poco più alto di Will e più grande di quasi tre anni.

«Ciao, peste!» – esordì gioviale – «ancora un volta vengo a salvarti, eh?»

«Ciao, Davide» – rispose sorridendo – «se non ci fossi tu… dai, facciamo presto che non voglio noie. Tieni!» – e gli allungò i dieci euro.

Quello li agguantò con una mano e con l’altra gli porse il cartone della pizza e una piccola busta di plastica contenente la lattina.

«Ok, fratello. Non ti agitare…» – tentò di tranquillizzarlo Davide, e poi aggiunse: – «Aspetta che ti do il resto».

«No, guarda, non importa» – lo bloccò Will – «Consideralo un extra per il servizio» – e afferrò la roba.

Davide non se lo fece ripetere: intascò la banconota, lo salutò e inforcò il motorino.

Lo sguardo di Will cadde su una falena che girava attorno al lampione dell’ingresso posteriore. Quando si posò lui abilmente la prese con le dita e, tenendola tra indice e pollice, tornò alla terrazza. Arrivato all’albero mise la pizza e la soda nel catino, poi tirò fuori Ferro dalla tasca e gli disse: – «Ehi, bello! Ho una missione per te: tienimi un attimo questa» – e aprì lo sportellino che il giocattolo aveva sul dorso.

Vi infilò dentro la farfalla e richiuse. Ferro tornò nella tasca e Will prese ad arrampicarsi. Giunto sul ramo dove prima aveva scorto il ragno si mise seduto contro il tronco e prese la falena da dentro il robot. Quindi la scagliò contro la ragnatela. Subito il ragno, sentendo la vibrazione, si lanciò sulla preda. La poveretta provò a dimenarsi ma invano: il predatore la avvolse nella bava e quando fu completamente immobilizzata la morse.

Will guardò estasiato l’aracnide intrappolare la preda ancora per qualche istante, quindi decise che la pizza si freddava e si mosse. In breve fu di nuovo in cima alla terrazza. Tirò su il catino con le vivande e lo portò dentro.

Mangiò la pizza e si scolò la bibita guardando un programma demenziale in tv. Alle undici era già stanco.

E’ stata una giornata intensa! – pensò e decise di mettersi a dormire. Spense la tele, accese la lampadina sul comodino, spense la luce del lampadario. La camera rimase lievemente illuminata da una tenue luce rosa. Will aveva paura del buio e per questo teneva sempre quella piccola luce accesa. A volte capitava di trovarla spenta al risveglio. Di sicuro sua madre ogni tanto passava a controllarlo.

Decise di non lavarsi i denti: Zero voglia!

Si tolse i pantaloni, liberò il letto da tutto ciò che c’era sopra e si gettò tra le coperte. Ferro era al suo posto sopra il comodino. Si girò per salutarlo e notò che era in equilibrio precario su un piccolo oggetto scuro dalle forme smussate. Quando Will spostò il robot fu sorpreso nel trovarvi sotto un cioccolatino. Stranamente non si ricordava di averlo visto lì prima. Pensò che poteva essere stato il vecchio Jonathan a lasciarglielo, tanto per augurargli la buonanotte.

Quella spiegazione fu sufficiente: era troppo stanco per fantasticare oltre. Prese il dolcetto e lo mangiò.

Si accorse subito che era buonissimo: gli si scioglieva in bocca regalandogli mille sapori, alcuni sconosciuti, come se nel cioccolato fossero contenute una miriade di spezie. Si ripromise di chiedere a Jonathan dove comprava simili delizie. Restò un minuto buono a trastullarsi con quel magnifico sapore in bocca, gli occhi semichiusi. Poi lo avvolse una sensazione di profondo rilassamento e contentezza e si abbandonò tra le lenzuola.

Prese sonno quasi subito. E fu allora che cominciò il sogno.

Inizialmente sentì solo un fischio lievissimo, come proveniente da molto lontano. Ebbe la consapevolezza di essere nel dormiveglia e socchiuse piano gli occhi. Doveva essersi agitato nel sonno perché era scoperto: le lenzuola erano spostate. Poi ebbe una strana sensazione. Gli sembrava di vedere l’ombra dell’anello della lampada muoversi sul muro. I contorni tremavano. Strizzò le palpebre per svegliarsi meglio ma il risultato non cambiava: dopo pochi istanti un lato dell’ombra si piegò leggermente all’interno. Fece per strofinarsi gli occhi ma si accorse che non riusciva a muovere le braccia. Iniziò ad avere un po’ di panico. Gli capitava spesso di ritrovarsi in una situazione a metà tra il sonno e la veglia in cui era immobilizzato. Pensava che fosse perché il suo corpo doveva ancora svegliarsi o abbandonarsi al sonno effettivamente e di solito dopo pochi minuti riusciva a muoversi. Invece i minuti passavano e ancora lui era paralizzato.

Il panico crebbe ancor di più quando alcuni vermi iniziarono a strisciare all’interno del cerchio di luce sul muro. A giudicare dalle dimensioni dovevano essere ben grossi e Will girò gli occhi (almeno quelli poteva muoverli) in direzione del comodino ma vide che non c’erano vermi sul coprilampada. Allora si calmò un poco.

Sono in un maledettissimo sogno del cavolo! Devo stare calmo e cercare di svegliarmi.

Era solito servirsi della sua logica razionale per dileguarsi dalle situazioni critiche ma non riusciva a smettere di tremare. Tanto più che le ombre filiformi sul muro cominciarono a muoversi in maniera ordinata per poi riunirsi in gruppetti. A metà tra lo stupore e il terrore, il ragazzo vide che i vermi unendosi formarono una frase:

CIAO, WILL!

Cominciò a preoccuparsi seriamente ma il peggio doveva ancora venire. Presto si accorse che stava sprofondando nel materasso.

Ma che diamine succede?! – pensò atterrito.

Il suo giaciglio lo avvolgeva sempre di più e il respiro si fece affannoso. Voleva urlare, chiamare aiuto sperando che sua madre o Jonathan lo sentissero. Ma non riusciva a spiccicare una sillaba. Presto il materasso lo avrebbe avvolto completamente.

Mi soffocherà!

Era disperato. I vermetti sul muro si dispersero nel cerchio di luce per poi ricomporsi in una nuova frase:

RICORDATI DI RESPIRARE!

Più sotto un piccolo gruppetto aveva formato quella che agli occhi di Will pareva una faccina sorridente.

Il biondino, nel panico più totale, cercò di fare dei respiri più profondi e completi possibile ma era troppo agitato per riuscirci. Sudava freddo. Il materasso lo ingoiò. Trattenne il fiato.




5 to “CAPITOLO PRIMO. IL CIOCCOLATINO PIU’ BUONO DEL MONDO”


  1. angeloNo Gravatar scrive:

    L’inizio è un po’ noioso, però poi migliora, diventando molto interessante, soprattutto nel finale ;)

    Ti segnalo un errore:
    La forbice è un modo di dire scorretto, in italiano si dice le forbici. Più che correggerlo, però, secondo me faresti bene a virgolettarlo e mi spiego: Essendo un errore tipico dei bambini dell’età di will, potresti sfruttarlo per caratterizzare il personaggio.

  2. demetrioNo Gravatar scrive:

    ops! mi hai beccato… :D
    direi di tagliare la testa al toro: propenderò per la dicitura in italiano corretto visto che il mio intento era proprio questo…
    in ogni caso grazie del consiglio.
    il primo capitolo riguarda il piano della realtà e per tale motivo può darsi che qualche lettore non lo trovi avvincente. il bello viene dopo. on-line c’è già il secondo e a breve si potranno leggere anche il terzo e il quarto. da lì in poi il lettore è talmente addentro le vicende di Hàrynos che non lo lascerà più fino alla fine. garantito! ;-)

  3. lupetta.No Gravatar scrive:

    Fantastico! Inzia come la storia di un ragazzino irrequieto che ne sa una più del diavolo e il finale… è una bomba inaspettata!
    Bello!

  4. Mirco SaccardoNo Gravatar scrive:

    anche io ho trovato qualche errore, probabilmente ogni tanto mentre scrivevi qual cosa ti ha distratto.

  5. LauraNo Gravatar scrive:

    Ciao, ti faccio i miei complimenti per il blog. Mi piace davvero! Laura



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