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Harynos

Il Manuale del Guerriero




I capitoli

CAPITOLO SECONDO. COME INIZIA UN SOGNO

WILL non sapeva spiegarsene il motivo ma si ritrovò a cadere dal soffitto di una camera che non era la sua, su un letto fatto di palline dipinte di mille colori unite insieme tra loro. Si accorse che poteva muoversi e si dimenò. Si accorse che poteva parlare e urlò.

L’istante dopo era precipitato nel letto senza danni: le palline erano di gomma e avevano attutito l’impatto facendolo sprofondare. Subito Will si adoperò per riemergere ma non fu facile: il letto, a causa della sua struttura, rendeva impacciati i movimenti. Allora rotolò più volte di lato finché non cadde sul pavimento con un tonfo sordo.

Gli sfuggì un ahi!

L’impatto era stato lievemente doloroso. Il ragazzo, comunque, non si scompose: rotolò ancora per allontanarsi da quello strano giaciglio e si rimise in piedi. Solo allora si accorse che indossava i pantaloni e tutto il vestiario della giornata precedente e si convinse di essere proprio in un sognando.

Si guardò attorno: era finito in una stanza di circa quattro metri per quattro senza finestre né mobili di sorta eccezion fatta per il letto e un quadro appeso al muro. Aveva un’unica porta situata sulla parete di destra rispetto alla posizione di Will. Il giaciglio, ad una piazza, era appoggiato alla parete di sinistra. I muri erano di un bel giallo vivo, il pavimento di marmo rosa e il soffitto di legno. La stanza, alta in tutto sui quattro metri, era illuminata da una tenue luce rosea che gli ricordava molto quella di camera sua. Qui, però, non v’era traccia di lampade. Si trovava all’interno di un gigantesco cubo.

A colpirlo maggiormente fu il letto, interamente composto da palline colorate. Esse, per una qualche magia, stavano su da sole e a ridosso della parete ve n’erano di più e prendevano la forma di un cuscino. La caduta le aveva scomposte ma subito quelle riguadagnarono la posizione originaria.

Will diede un rapido sguardo al quadro e lo sgomento lo riavvolse: era la stampa di una foto. Raffigurava una festa di compleanno e il festeggiato era lui. Tutt’attorno un sacco di ragazzi della sua scuola lo acclamavano. Non aveva la minima idea di cosa potesse significare: non aveva mai avuto compleanni così e molte delle persone raffigurate non ci sarebbero venute. Comprese di essere finito in un sogno davvero strano.

Raggiunse la porta e girò la maniglia. Davanti ai suoi occhi apparve un prato avvolto nella nebbia. L’erba emanava un buonissimo profumo e Will si scoprì confuso nel sentire distintamente gli odori pur trovandosi in un sogno. Per un attimo pensò che la causa di tutto era il cioccolatino che aveva mangiato prima di mettersi a dormire. Si chiese se fosse drogato. Effettivamente aveva un sapore stranissimo. Ma non era possibile: che motivo avrebbe avuto Jonathan per farlo? Il vecchio non era tipo da simili scherzi. E di sicuro non si trattava di una delle trovate di sua madre.

Uscì. La porta si richiuse alle sue spalle e una brezza leggera cominciò a pizzicargli dolcemente il viso. Fuori regnava il silenzio ed era buio, ma non del tutto. Da quella fitta nebbia filtrava una luce molto lontana. Si guardò attorno: a poche decine di metri riusciva a scorgere qualcosa ma più in là i contorni delle sagome che intravedeva erano troppo confusi e non distingueva praticamente nulla.

La stanza, vista da fuori, sembrava una piccola casetta: aveva il muro esterno di pietra levigata e il tetto molto spiovente. Il terreno lì attorno era in leggera pendenza. Oltre il prato un sentiero si perdeva nella nebbia inerpicandosi da una parte e scendendo dall’altra. Sparse qua e là si scorgevano le sagome di alcuni cipressi. Il vento soffiava caldo e senza rumore e tutto era silenzioso.

Muovendosi furtivo, Will prese il sentiero in salita con l’intento di uscire dalla nebbia. Passava da un albero all’altro guardandosi attorno e con le antenne alzate. Dopo qualche minuto la coltre grigia avanti a lui rivelò una piccola costruzione, molto simile alla casetta da dove era uscito. Tenendosi nascosto tra i cipressi, aggirò per un tratto la casa finché non fu sul lato della porta. Poi attese per vedere se usciva qualcuno. E quando una volta si girò per il solito controllo gli parve di scorgere un’ombra svanire nella nebbia, dietro di lui. Fu la visione di un attimo e il cuore iniziò a battere più forte.

Si mise con le spalle contro un tronco d’albero e tese i muscoli delle gambe, pronto a scappare in caso di pericolo. Poi la vide chiaramente: l’ombra era di grosse dimensioni e si muoveva fluttuando a destra e a sinistra lungo il velo di nebbia. Sembrava scivolare nel fumo.

Will divenne sempre più inquieto: osservando meglio, gli parve di notare che l’ombra s’ingrandiva e si faceva man mano più scura, come se fosse in avvicinamento. Dopo pochi istanti i contorni si fecero più chiari e spuntarono due zampe e una testa di animale. Il cuore del biondino prese a battere all’impazzata. Will voleva scappare ma era paralizzato dalla paura. Pensò a quando era bloccato nel letto, poco prima di finire in quello strano posto, e riuscì a forzare la propria volontà e a muoversi.

Corse più forte che poteva nella direzione opposta, allo scoperto e oltre la casa. Man mano che saliva passava di fianco ad altre costruzioni, alcune simili a quelle che aveva già incontrato, altre decisamente no: una gli sembrava perfino una capanna ma non aveva tempo per fermarsi ad osservarla bene. Correva a più non posso, stando attento a dove metteva i piedi e seguendo il più possibile il sentiero. Ascoltava solo il rumore del suo respiro affannoso ma ad un tratto gli sembrò di sentire anche un ringhio alle sue spalle crescere costantemente di intensità. Certamente la belva si stava avvicinando ancora. A quel ruggito se ne aggiunsero altri, provenienti sia da destra che da sinistra. Will voltò leggermente il capo e vide altre due ombre di bestie che scivolavano rapide e minacciose nella nebbia: la prima aveva ali da pipistrello e corna lunghissime, la seconda sembrava un rettile. Will cominciò ad urlare dal terrore.

«Aiuto! Aiutatemi! Sono qui! Mi stanno inseguendo! …» – e poi, con le lacrime agli occhi – «Vi prego! Fate qualcosa! Fate…» – la voce gli morì in gola: vide l’ennesima ombra scivolare davanti a sé.

Fu costretto a fermarsi: era circondato.

Le bestie fluttuavano tra la nebbia girandogli attorno a poche decide di metri. Avevano occhi scintillanti e le loro urla riempivano l’aria. Will si mise le mani alle orecchie per non sentire ma con scarsi risultati. Cadde in ginocchio, nel panico.

Svegliati, è solo un sogno! Svegliati! – si disse, ma non era convinto, neanche un po’.

L’ultima ombra, quella che gli era apparsa davanti, era perfino più grossa delle altre e aveva la forma di un orrendo pescecane scuro. Will aveva una paura incredibile degli squali. Quando con la barca dei suoi andava al mare, prima di tuffarsi indossava sempre gli occhialini o la maschera per controllare il fondale. Era una paura del tutto irrazionale, lo sapeva, ma non poteva farci nulla.

L’ombra dello squalo si staccò dalle altre e puntò dritto verso il ragazzo. La nube seguiva il mostro come se entrambi fossero una cosa sola. Quando fu a pochi metri il pescecane spalancò le fauci. Il ragazzo urlò, ma il rombo di un motore squarciò l’aria sovrastando grida e ruggiti. Un auto rossa fiammante sbucò dalla coltre procedendo a forte velocità. La luce dei fari era abbagliante e le ombre fuggirono urlando di dolore. L’auto inchiodò in derapata sollevando un sacco di polvere, quindi spense il motore.

Will, più tranquillo dopo lo scampato pericolo, si alzò e attese che l’autista smontasse dal veicolo per ringraziarlo del salvataggio in extremis ma gli istanti passavano e dalla macchina non scendeva nessuno. A poco a poco il polverone si diradò rivelando la sagoma di una dune buggy dal telaio completamente rosso eccezion fatta per il numero “4” che macchiava la carrozzeria di bianco sul tetto e sulle fiancate. Nonostante la nebbia si fosse fatta più rada, sicuramente per merito di quei fari potenti, Will non riusciva a vedere l’autista: l’abitacolo aveva i vetri oscurati.

Perchè non scende nessuno?

Fece un passo verso la buggy. Il cofano dell’auto si aprì e ne spuntò fuori una piccola tromba argentea dalla quale uscirono alcune note solenni, e vennero sparati in aria una miriade di coriandoli.

«Peppereppeppe!!»

Il biondino, un po’ per lo spavento un po’ per il frastuono, portò le mani alle orecchie.

«Benvenuto ad Harynos, Will!» – disse una voce maschile proveniente dalla macchina.

Lui tolse le mani dalle orecchie: probabilmente era stato qualcuno all’interno a parlare poiché la voce aveva un tono metallico, come se l’autista stesse usando un microfono lievemente distorto.

«Chi sei? Ti ringrazio per avermi salvato ma ora esci da lì e fatti vedere, per favore!» – chiese intimorito.

«Il mio nome è Freccia» – rispose la voce – «e non mi sto affatto nascondendo. I miei super fari ti abbagliano? Ecco: ora li abbasso…» – e la luce si fece meno intensa.

«No, fermo! Quelle cose orrende potrebbero tornare!» – intervenne subito Will preoccupato.

La voce si mise a ridere e l’auto oscillò sugli ammortizzatori: – «Ah, ah! Però… sei sveglio! Hai capito che i lombrini temono la luce. Comunque non ti devi preoccupare: sono innocui».

«Quelle cose sono innocue, dici? Ma se non fosse stato per te mi avrebbero mangiato

L’auto oscillò ancora più forte: – «Ah, Ah!… Ma no, non possono in alcun modo toccarti: sono inconsistenti. Volevano solo spaventarti. Lo fanno sempre con i nuovi arrivati».

E ci sono riusciti perfettamente, se è per questo! – e così pensando si guardò attorno, temendo che fossero ancora lì, nascosti da qualche parte in attesa. Poi si rese conto dell’assurdità della situazione: stava parlando con un’automobile in un luogo dove le ombre assumevano volontariamente strane forme e spaventavano le persone.

«Sto sognando, vero?» – chiese poco convinto.

L’auto aveva smesso di tremare: – «Mio caro Will, stai per vivere il sogno più grande della tua giovane vita».

«Come fai a sapere il mio nome?»

«Ah, quante domande… Me lo ha detto Michael. Noi lavoriamo in coppia. A lui lo hanno detto direttamente i capi di Harynos. Non so come facciano… Credo che lo sentano e basta quando arriva il momento di liberarne di nuovi…»

Il cervello di Will stava scoppiando: – «Aspetta, aspetta! Chi è Michael? E chi sono questi capi di Har… come hai detto che si chiamano, scusa?»

L’auto si accese rombando fragorosamente. Il biondino sobbalzò.

«Senti, bello» – riprese la voce metallica – «se vuoi avere risposte complete, sali!…» – e lo sportello di sinistra si aprì – «…io sono solo un accompagnatore, ok?»

La buggy scaldò il motore e la luce dei fari si fece di nuovo intensissima. Will si avvicinò e guardò nell’abitacolo: nessuno.

Cavolo, è veramente l’auto a parlare! – commentò tra sé.

Oppure qualcuno la comandava a distanza e trasmetteva da un posto lontano grazie ad un congegno radiofonico. Era l’ultima delle spiegazioni razionali che cercava di fornire a se stesso.

Salì e si accomodò sull’unico sedile della monoposto. Lo sportello si richiuse e l’interno divenne quasi completamente buio. L’unica fioca illuminazione era fornita dalle mille spie luminose del cruscotto e dai vetri i quali, anche se oscurati, permettevano una visuale perfetta, tanto più che i potenti fari del veicolo penetravano la nebbia in profondità, squarciandola.

«Tieniti forte, Will» – e le cinture di sicurezza gli si allacciarono in vita – «comincia l’ultima parte del tuo viaggio!»

Il pedale della frizione si abbassò, la leva del cambio si spostò in avanti, l’acceleratore si abbassò e il rombo del motore si fece assordante. Dopo pochi interminabili istanti il pedale della frizione ritornò al proprio posto, il volante prese a girare su se stesso e Freccia partì sgommando. Derapò cercando di ritornare da dove era venuto e imboccò il sentiero in salita. Poi, correndo a folle velocità, superò altre casette e cipressi, con il biondino che guardava davanti a sé tremante di paura.

«Rilassati: gli abitanti di Harynos sono al sicuro quando sono con i compagni onirici!» – disse la voce in un chiaro tentativo di rassicurarlo.

Stavano viaggiando ad una velocità folle; la visibilità, nonostante i fari, era sempre scarsa a causa della nebbia e Will temeva che sarebbero finiti contro qualcosa. Ad un tratto la salita si fece ancora più ripida e la buggy iniziò a sobbalzare violentemente sugli ammortizzatori. Il biondino guardò il contachilometri: andavano quasi a cento all’ora. Il terrore fu massimo quando dopo pochi istanti intravide una sagoma emergere dalla nebbia, molto grande e di forma rettangolare. L’auto ci stava finendo contro.

«Cosa fai? Attento!» – urlò Will disperato.

«Tieniti forte: ci siamo!» – rispose euforica la vettura e iniziò a suonare allegramente il clacson.

Un enorme portone di legno si stagliava a poche decine di metri. Aveva i battenti chiusi e una sorta di gigantesca “H” disegnata sopra. Will non la smetteva di urlare. Ci schianteremo!

Il portone si aprì e la macchina ci passò attraverso. Un mondo di luce li accolse, abbagliandoli.

Quando i suoi occhi furono di nuovo in grado di vedere, il biondino si trovò di fronte uno spettacolo magnifico: sotto un cielo azzurro e limpido si estendeva una pianura verdeggiante sconfinata fatta di campi erbosi, alberi e fiori di ogni tipo. In un tratto la vegetazione aumentava cambiando colore dai toni del verde a quelli più inverosimili del blu. All’orizzonte si scorgeva una vasta catena montuosa dalle cime rossastre.

La buggy si fermò in cima ad una collina per metà avvolta nella nebbia. Un sentiero scendeva in direzione di una grande piazza dalla forma ellittica contornata per metà da uno splendido palazzo a tre piani.

La costruzione era interamente di pietra lavorata, di un colore a metà tra l’arancione vivo e il rosa e una miriade di rampicanti ne popolava le pareti. Al centro e ai lati spiccavano tre possenti torrioni con tanto di merletti. Sopra quello centrale, alto almeno il doppio degli altri due, un piccolo sole splendente si appoggiava ad un’asta in cima al tetto. In concomitanza delle torri c’erano infine tre ponti, anch’essi di pietra e abbelliti da una serie di intarsi, che permettevano l’accesso al cortile interno del palazzo, ricco di sentieri di ghiaia e aiuole.

Il perimetro della piazza era circondato interamente da un fossato di pietra grigia riempito di acqua limpidissima. Anche dove finiva il sentiero c’era un ponte che conduceva alla piazza scavalcando il fosso. Al centro si stagliava solitaria una fontana asciutta.

Un fiume arrivava da dietro la maestosa costruzione e pareva terminare in essa. In concomitanza delle sponde il biondino scorse vasti parchi pieni di giostre. All’orizzonte, invece, il corso d’acqua si gettava in un lago circondato da alcuni piccoli promontori e collinette ricoperti da una folta vegetazione.

«Allora, Will? Che ne dici? Questo è Harynos…» – esordì ad un tratto la buggy compiaciuta.

Lui era appiccicato al vetro laterale con la bocca spalancata e lo sguardo incantato. Riuscì a dire solo: – «Wow!»

«Eh, già…» – riprese la macchina, come in risposta – «è l’effetto che fa a tutti la prima volta. Ma ora andiamo: Michael è sul ponte che ci aspetta, vedi?»

Il pedale del freno e quello della frizione si alzarono mentre l’acceleratore tornava ad abbassarsi e Freccia iniziò la discesa. Will guardò in direzione della piazza e scorse la sagoma piuttosto bassa di qualcuno appoggiato al muretto di pietra sul un lato del ponte più vicino.

Forse un altro ragazzo come me… – fu il suo primo pensiero.

Scesero velocemente dalla collina superando gli alberi sparsi qua e là. Will non scorse nessuna strana casetta. Arrivati in fondo Freccia cominciò a rallentare e il tizio sul ponte si scostò dal muretto e prese a camminare verso di loro. La buggy suonò il clacson festosa per chiamarlo.

«Ehi, Michael!» – gridò – «eccoci: siamo qui!»

Il ragazzo alzò una mano in segno di saluto. Era alto più o meno come Will, ma decisamente più cicciotello. Occhi marrone chiaro; naso a patata; capelli castani, lisci e folti che gli ricadevano sulla fronte a mo’ di frangia; la carnagione leggermente abbronzata. Dalla pelle e dai lineamenti del viso poteva essere un suo coetaneo o giù di lì. Indossava una felpa bordeaux con tanto di tasche e cappuccio, un paio di pantaloncini neri e corti e delle scarpe da tennis di un colore rosso vermiglio molto vistoso.

Freccia accelerò di colpo slittando sulle quattro ruote motrici, girò velocemente il volante a sinistra e azionò il freno a mano per un arrivo in grande stile tra gli applausi di Michael e il terrore di Will. Lo sportello si aprì e il biondino non ci pensò due volte a catapultarsi fuori. Il ragazzino cicciottello gli si fece incontro.

«Ciao, matricola! Piaciuta la corsetta? Le tue prime emozioni ad Harynos, con i complimenti degli accompagnatori!»

Will si aggiustò la felpa e i pantaloni.

«Ne avrei fatto volentieri a meno, grazie!»

«Su, su… non dire così: eri comunque al sicuro, no? Quando i bambini sono con i compagni onirici non hanno nulla da temere!»

Ancora questi strani discorsi.

Si spazientì: – «Senti: io non ho mai visto una macchina che parla e si guida da sola… che sembra viva, insomma… Si può sapere dove cavolo sono finito? Tu chi sei? Che ci fai qui? Siamo in un sogno?»

Michael rise e contemporaneamente portò la mano sinistra alla tasca. Will, seguendone il movimento, notò che la felpa in qualche punto aveva delle piccole macchie scure.

«Calma, calma… Adesso ti do un paio di informazioni ma saprai tutto solo varcando quella soglia» – spiegò indicando il palazzo con la destra.

L’altra mano emerse dalla tasca reggendo qualcosa.

«Te lo spari mezzo RiceSuperMix con me?» – disse poi allargando la bocca in un sorriso smisurato.

Will guardò la barretta: era pur sempre uno snack.

«A che gusto è?» – chiese.

«Ah, questo è una bomba: riso soffiato al cioccolato, caramello e cannella».

Cioccolato con la cannella? Che schifo!

«No, grazie. Piuttosto dimmi come fate tutti a sapere il mio nome? Siete parte del mio sogno?»

L’altro ragazzo intanto aveva iniziato a divorare la barretta.

«No…» – cominciò tra un boccone e l’altro – «io sono un bambino come te. Vengo anch’io dal mondo reale e trascorro le notti ad Harynos a divertirmi… è più di un anno ormai».

Will rimase colpito da quelle parole. Viene dal mondo reale? Ma come cavolo parla? Tenta di dirmi che è un bambino vero?! Allora stiamo facendo in due lo stesso sogno?!

Michael, quasi indovinando i suoi pensieri, gli disse ancora: – «E non ci sono solo io, ovviamente. Siamo in tanti!»

«In tanti? Cosa vuol dire? Che un mucchio di persone stanno facendo lo stesso sogno?»

L’altro, con mezza barretta in bocca, prese a muovere lentamente il capo su e giù in segno di assenso.

Will non riusciva a crederci. Era il sogno più incredibile che avesse mai fatto, soprattutto per le sensazioni che provava: sensazioni nitide che gli facevano credere di essere sveglio. Ma non poteva essere così: era tutta un’illusione. Michael diceva di essere un bambino vero ma era il sogno che glielo faceva dire, era il subconscio di Will.

«So che sei confuso ma questo posto esiste per davvero. Non è frutto del tuo subconscio!» – e così dicendo si strofinò le mani sulla felpa per pulirsele.

Il biondino spalancò gli occhi. Cavolo, sembra che mi legga nel pensiero… è il sogno che parla per mezzo di lui, é il mio subconscio che gli dice cosa sto pensando.

«Guarda» – continuò l’altro – «il consiglio che do a tutti è quello di non scervellarsi troppo sui perché e di non essere timorosi. Vivi questo sogno spensieratamente…» – e poi, scrutando Will negli occhi – «sii spontaneo e istintivo!» – lo esortò – «i conti fatteli quando ti svegli… tanto è solo un sogno, no?» – concluse con una punta di ironia.

Effettivamente Michael non aveva tutti i torti.

«Immagina che sia tutto un gioco e ammira stupito le cose che scopri. Come il fatto che tante persone facciano lo stesso sogno. Non è fuori come idea?»

Will poteva anche sospendere temporaneamente il giudizio dando per scontato che quello fosse un normalissimo sogno, solo molto strano. Forse aveva mangiato troppe schifezze e l’organismo ne risentiva. Può essere così, no?

Gli serviva una scusa per mettersela via per un po’ e quella gli parve buona.

Ok, farò come dici ma voglio vedere se riesci veramente a leggermi nel pensiero.

Pensò fortemente alle parole “ciccione” e “lardone” e le ripeté mentalmente.

CICCIONE LARDONE. SEI UN CICCIONE LARDONE!

La terza volta variò la frase in: HAI CAPITO? SEI UN CICCIONE MANGIONE LARDONE!!

Michael sembrava non essersi accorto di nulla e lo guardava con fare interrogativo.

«Allora? Cos’hai deciso? Segui il mio consiglio?»

Il biondino non ottenne l’effetto desiderato. Aveva supposto che Michael si sarebbe arrabbiato, invece no. Questo significava che non era in grado di leggergli veramente il pensiero. Prima aveva solo indovinato i suoi dubbi. Comunque, si trattenne per non scoppiare a ridere.

«Ok» – disse solo – «mi hai convinto. Cosa devo fare?»

L’altro annuì compiaciuto: – «Vieni, ti accompagno al Palazzo Senza Porte! Lì i capi di Harynos ti diranno tutto» – e si incamminò verso la piazza preceduto dalla buggy che scattò velocissima oltre il ponte.

Will sospirò, non ancora del tutto tranquillo, e lo seguì. Furono accolti da uno splendido ciottolato di pietre scure ben levigate.

«Questa è la piazza centrale di Harynos (ed è anche l’unica a dire la verità), famosa per la magica fontana» – e si diresse deciso verso di essa.

Will la osservò. Era di marmo verdastro sfumato di blu e piuttosto grande: la vasca circolare alla base aveva un diametro di almeno quattro metri con i bordi alti uno. Al centro si innalzava un cilindro largo cinquanta centimetri sulla cui cima era sistemata una scultura raffigurante quattro grossi pesci che parevano salmoni. Si reggevano sulla la coda e, attaccati per il dorso, guardavano in quattro diverse direzioni.

Michael giunse ad un paio di metri dal bordo e disse: – «Ok, adesso mettiti qui» – indicò con il dito – «e pensa intensamente ai tuoi gusti preferiti di gelato».

Will seguì le istruzioni incuriosito e si concentrò sul cioccolato e la vaniglia. Dopo pochi istanti un liquido di un giallo tenue ed uno marrone scuro molti densi zampillarono dalle boccucce dei salmoni. Profumavano di crema e cacao. La fontana, divisa in quattro scomparti, si riempì. Michael passò un cucchiaino a Will estraendolo dalle tasche e il biondino assaggiò il gelato: era buonissimo e freschissimo. Ne mangiò in grande quantità.

«Ti piace, eh? Cioccolato e vaniglia… ottima scelta!» – e così dicendo Michael prese una seconda barretta di RiceSuperMix, la scartò e la intinse nella fontana.

Il gelato era come una droga e Will non riusciva a smettere di mangiarlo. Michael, dal canto suo, intinse altre tre barrette del suo snack. Ad un tratto entrambi iniziarono a sentire piccole fitte allo stomaco, come un principio di mal di pancia, e dovettero fermarsi.

«Ecco, cavolo! Finisce sempre così. Ma non preoccuparti: adesso entriamo a palazzo e ci prendiamo una bella ti-sana. Staremo subito meglio, vedrai» – e si incamminò.

Will, maledicendosi per la sua golosità, lo segui tenendosi l’addome con una mano. E’ tutta colpa di questo panzone! Ahia, che sogno doloroso!!

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