CAPITOLO TERZO. I BAMBINI DI HARYNOS…
I due ragazzi superarono il ponte che dalla piazza conduceva al palazzo ed entrarono nel grande cortile di ghiaia. Subito i rampicanti alle pareti e i cespugli sparsi qua e là cominciarono a fiorire.
Will osservava lo spettacolo affascinato ma dolorante per il mal di pancia e non volle soffermarsi più di tanto: attraversò la ghiaia, salì i tre scalini dell’ingresso principale e puntò deciso verso un grande portone di ferro battuto alto quasi tre metri. Subito sopra, in rilievo, c’era una scritta:
Mondo di HARYNOS
Palazzo Senza Porte
«Mi spieghi come mai si chiama così? E’ un nome stupido, visto quello che abbiamo davanti. Vuol dire forse che oltre alla porta d’ingresso non ce ne sono altre?»
«In realtà ce ne sono in tutto il piano terra ma non ai piani superiori. E sembra che all’inizio questo palazzo non ce lo avesse neppure un piano terra».
Will pensò che fosse una spiegazione alquanto stramba ma non chiese ulteriori delucidazioni: voleva solo che gli passasse il mal di pancia. Il portone iniziò ad aprirsi verso l’interno. Il biondino esitò per un attimo e Michael si incamminò prima di lui. Freccia, invece, rimase a scorrazzare nella piazza.
L’ingresso era costituito da un corridoio che dava su un grande atrio. Le pareti interne erano di un giallo intenso, molto alte, e si congiungevano in un tetto a volta, composto da una miriade di mattoni rossastri e levigati. Non mancavano i soliti rampicanti: alcuni fungevano da un improvvisato battiscopa, altri avvolgevano le varie torce e lanterne appese alle pareti o al soffitto. Il pavimento era rivestito di grossi lastroni di pietra scura squisitamente lavorati.
«Seguimi: ti porto subito a prendere una ti-sana… e credo che ne berrò una anch’io» – disse ad un tratto Michael toccandosi lo stomaco.
Il biondino notò che aveva tenuto staccate le due particelle della parola “tisana”, marcando l’accento sulla “i” e sulla prima “a”.
«Si chiamano così da voi le tisane?» – chiese ironico.
«Non è una tisana qualsiasi ma una “ti-sana”: un liquido caldo che sembra camomilla e può sistemarti completamente lo stomaco. Una bevanda eccezionale per un goloso del mio calibro. E’ stata una fortuna ritrovare la vecchia stanza di Markus».
«Ah sì, eh?» – gli diede corda Will sarcastico, stufo di spiegazioni insensate.
Michael non se ne accorse e sembrava entusiasta di proseguire nel discorso. «Là dentro abbiamo trovato l’Essiccatore. Pensa: è stato così gentile da lasciarcelo».
«Però!…» – commentò il biondino.
Il corridoio proseguiva per una ventina di metri. Non era molto illuminato, soprattutto rispetto al grande atrio in cui si immetteva e da cui proveniva un chiarore intenso. Invece, la luce delle torce e delle lanterne nel passaggio era piuttosto fioca, tanto da lasciare degli spazi d’ombra qua e là.
Il suo accompagnatore continuava a raccontare delle fantomatiche ti-sane ma Will non ascoltava, preferendo guardarsi attorno. Ad un tratto notò i contorni delle ombre muoversi e la sua schiena fu attraversata da un brivido freddo: il pensiero andò a quando si era appena messo a letto e aveva cominciato a vedere cose del genere. Si fermò, come in attesa, a fissare quelle ombre tremolanti. Michael se ne accorse. Guardò prima Will e poi il muro, e capì.
Sulla parete i lombrini strisciavano veloci attraversando le zone di luce per sparire a nascondersi nei tratti d’ombra.
«Cosa diamine sono quei cosi?»
«Si chiamano lombrini e sono innocui. Abitano da sempre il Palazzo e i suoi dintorni e malgrado le apparenze sono amici dei bambini di Harynos».
«Sarà… ma non mi fido».
«Vieni, ti faccio vedere» – e così dicendo si avvicinò e gli prese un braccio. Poi gli fece cenno di portarsi con lui a ridosso della parete. Will era esitante ma lo assecondò. Michael gli pose le dita della mano contro il muro. Un lombrino lo attraversò: il ragazzo istintivamente cercò di ritirare il braccio ma invano: Michael lo teneva bloccato.
«Ehi, che scherzi sono?» – fece Will agitato, cercando di liberarsi.
Troppo tardi: il lombrino, velocissimo, era arrivato al punto in cui la mano era appoggiata al muro e prese a passarci sotto e a girarci attorno. Il biondino, che assisteva impotente alla scena, stava per urlare quando si accorse che praticamente nemmeno sentiva il contatto con il vermetto. Solo un impercettibile pizzicorio sotto i polpastrelli, anche piacevole.
Michael lasciò la presa e Will se ne restò lì, con entrambe le mani appoggiate alla parete, sorridendo appena ogni volta che una di quelle strane creature si faceva un giretto sotto i suoi polpastrelli.
«I lombrini sono fatti d’ombra, come avrai capito, ma amano la luce, se tenue. Soprattutto perché grazie ad essa possono destreggiarsi nel loro divertimento preferito…»
Come ad aver inteso le parole di Michael, una decina di vermetti neri si riunirono in gruppo convergendo verso alcuni punti vicini tra loro, a formare la parola:
CICCIONE
A Will scappò una risata, che gli ricordò il mal di pancia.
Il suo accompagnatore si fece scuro in volto: – «…Comporre stupide forme per fare scherzi idioti!» – terminò astioso e poi, voltandosi: – «Vieni, abbiamo perso anche troppo tempo» – e si incamminò verso l’atrio.
Will diede un ultimo sguardo divertito ai lombrini pensando che la prima volta che li aveva visti si era spaventato per niente. Poi riaffiorarono terribili le immagini delle grandi ombre minacciose che aveva scorto nella nebbia in cima alla collina e i dubbi tornarono. Si allontanò dal muro e andò dietro a Michael. Solo in quel momento gli venne in mente che non aveva visto l’ombra della mano mentre la appoggiava al muro. Si guardò i piedi: non aveva ombra.
«Ehi?! Che storia è questa? Dov’è la mia ombra?» – chiese un po’ allarmato. Poi si ricordò che stava sognando e fu di nuovo tranquillo.
«Ad Harynos i bambini non ce l’hanno» – spiegò Michael in tono grave – «qui non ci serve».
Ripresosi, Will raggiunse l’atrio e rimase col fiato sospeso: davanti a lui un grandissimo cilindro cavo, largo almeno una ventina di metri, si allungava ben oltre il soffitto ad arco del corridoio da cui erano sbucati. Per il resto, le pareti del salone erano del solito colore giallo e coperte di rampicanti. Il pavimento ospitava una decorazione in rilievo dalla forma circolare larga cinque metri. Gli intarsi riprendevano le fattezze delle piante che sembravano popolare l’intera costruzione. Il soffitto, invece, aveva un buco al centro, della stessa forma e grandezza del rilievo sul pavimento ed era posto esattamente sopra di esso. Il foro sembrava costruito ad arte e dava l’idea della base di una ciminiera vista dall’interno. Dalla posizione defilata in cui si trovava, Will riuscì a vedere solo i primi metri di quello che avrebbe potuto essere anche un pozzo.
Altri cunicoli si dipanavano dall’atrio: due alla sinistra dei ragazzi e due a destra. Davanti a loro, sul lato opposto, c’era un grande portone di legno quasi completamente coperto di rampicanti. Il biondino pensò che fosse molto vecchio e che da tempo non venisse utilizzato dato che con tutta quella vegetazione sembrava impossibile aprirlo.
Michael attraversò per un tratto il salone, tenendo la sinistra, e si infilò nel primo cunicolo. Esso, come gli altri tre, era identico per struttura al passaggio d’ingresso: volta ad arco con le lanterne che pendevano dal soffitto, pareti giallognole zeppe di rampicanti e torce accese montate sui muri. L’unica differenza era la lunghezza: tripla rispetto al corridoio iniziale. Ai lati, qua e là, spuntava una porta di legno. Will ne contò sei in tutto. Dopo due e quattro porte, sia a destra che a sinistra, alcune arcate rivelavano quattro cunicoli più piccoli. Il corridoio terminava in una splendida vetrata che riempiva tutta la parete. Era composta da piccoli spicchi di vetro colorati di giallo, arancione, marrone chiaro e rosso. Michael si fermò davanti alla prima porta sulla sinistra e bussò.
Will lo raggiunse appena in tempo per sentire una debole voce rispondere: – «Avanti…»
Michael aprì la porta ed entrò facendogli cenno di seguirlo.
Will mosse un passo sulla soglia e si stupì nel vedere altre cinque persone, altri cinque bambini: due maschi e tre femmine.
La stanza era di forma rettangolare e con gli angoli smussati. Abbastanza grande, più o meno come la camera da letto di Will, aveva le pareti grigio-verde; il pavimento e il soffitto, invece, erano uguali a quelli del corridoio, dell’atrio e dei cunicoli. C’erano i rampicanti e l’illuminazione era fornita da un bellissimo lampadario composto da cristalli argentei. Al centro della stanza un tavolo rotondo di legno e quattro sedie. Sotto, un grande tappeto persiano e, appoggiato alla parete opposta rispetto alla porta, un divano di pelle color mogano con a fianco un mobiletto da cucina costituito da un piano e una piccola dispensa. Appoggiati sopra vi erano un fornelletto a spirito, una brocca e alcune tazze.
Due dei cinque ragazzi erano seduti al tavolo, uno a terra lì vicino e due sul divano. I ragazzi al tavolo sembravano coetanei di Will. Erano un maschio e una femmina. Il primo aveva i capelli scuri lisci e lunghi fino alla spalla e dai tratti del viso, per via della carnagione e degli occhi piccoli, traspariva un ché di latinoamericano. Vestiva un paio di pantaloni neri, una maglietta grigio chiaro e aveva gli infradito ai piedi. La ragazza, Will la osservò storcendo il naso, era proprio bruttina: due occhialoni grossi come i fondi di bottiglia e l’apparecchio ai denti. Un vero peccato perché aveva dei bellissimi capelli neri, ricci e folti che le contornavano il viso dai tratti orientali. Indossava una gonnellina rossa, calze bianche e scarpette nere come il maglioncino. Un cesso e si veste da schifo!
Due visetti dagli stessi tratti dolci e innocenti lo osservavano dal divano: stessi occhi chiari, stessi capelli mori, carnagione bianchissima. Indossavano il medesimo vestitino azzurro. Cavolo, anche due gemelle!
L’ultimo bambino era il più strano: seduto sopra il tappeto, fissava il lampadario con aria rapita e non mostrò interesse per il nuovo arrivato. Aveva riccioli biondi e orecchie a sventola, una maglia arancione più grande della sua taglia e i pantaloni scuri di una tuta.
«Signore e signori, questo è Will!» – esordì Michael girando attorno al tavolo. Si diresse verso il mobiletto e il fornello si accese magicamente da solo.
«Ciao, Will!» – salutarono in coro i due ragazzi al tavolo e le gemelle.
Lui, sempre più stordito dalle continue sorprese di quel sogno, dopo qualche istante riuscì a biascicare una risposta.
Il ragazzo con i capelli lunghi prese subito la parola: – «Benvenuto ad Harynos!» – disse – «io mi chiamo Kabu e questi sono Ingrid» – indicando la ragazza con gli occhiali – «Reeno» – indicando il bambino sul tappeto – «e le gemelle Hellen e Vanessa».
A quel punto un gattino bianco sbucò miagolando da dietro il divano per salire in braccio a una delle bambine.
«E questo è Maurice!» – disse Hellen e prese ad accarezzarlo sorridente. Il gatto fece le fusa.
«So che non ci stai capendo niente e ti stai facendo un mucchio di domande…» – riprese quello che diceva di chiamarsi Kabu – «… ma devi cominciare a renderti conto di una cosa: questo posto esiste davvero, solo non nel mondo reale. In un’altra dimensione, potremmo dire, però esiste e può essere visitato solo in sogno».
Will lo ascoltò attentamente. Era difficile credere ad una cosa simile, però tutto sembrava così vero… Non si ricordava di aver mai avuto sensazioni così forti, così nitide nei propri sogni. Non si ricordava di aver mai fatto un sogno così vivido.
«Harynos non è un sogno, Will…» – continuò Kabu – «i sogni sono il mezzo con cui giungiamo ad Harynos, ma questo palazzo, questa pianura esistono davvero. E noi» – proseguì facendo un giro con il braccio ad indicare tutti coloro che erano nella stanza – «siamo tutti bambini veri come te. Veniamo tutti dal mondo reale e come te stasera siamo arrivati ad Harynos».
Se Kabu diceva il vero sarebbe stata una cosa fantastica: un mondo in un’altra dimensione da visitare in sogno. Come crederci? Era una cosa troppo stramba. Michael gli aveva consigliato di sospendere il giudizio ed era ciò che Will stava tentando di fare. Però di fronte a certi discorsi sentì il bisogno di fare delle domande a Kabu e agli altri che sembravano sapere tutto di Harynos; per cercare di trovare qualcosa che gli facesse capire con sicurezza che non era tutta un’illusione del subconscio.
Il pentolino fischiò. Michael spense il gas, versò la ti-sana in due tazze e le portò al tavolo. Will si ricordò del mal di pancia e si affrettò ad accomodarsi su una sedia per assaggiare il liquido bollente. Prima lo annusò e poi, avendo deciso che non doveva avere un cattivo sapore, prese a sorseggiarlo piano. Ingrid lo guardava sorridendo. Lui girò istintivamente lo sguardo, lei divenne paonazza in volto e gettò gli occhi al suolo. Impassibile, Will ritornò alla tazzina. Quasi subito il mal di pancia svanì.
«Stai tentando di dirmi che chiunque, mentre dorme, può entrare ad Harynos? E che magari adesso, qui nei dintorni, c’è un mucchio di gente che gironzola?» – disse rivolgendosi a Kabu non appena ebbe finito di bere.
Kabu scosse il capo: – «Non chiunque, solo i bambini e non tutti: solo quelli che trovano un certo cioccolatino… tu dovresti saperne qualcosa…» – e così dicendo sorrise.
Will sgranò gli occhi. Lo sapevo che centrava quel maledetto cioccolatino! Altro che Jonathan!!
«Com’è finito in camera mia? E’ stato uno di voi?» – e li guardò serio uno per uno.
Reeno aveva smesso di fissare il lampadario e osservava l’ultimo arrivato divertito e attento.
«Dove abiti, Will?» – chiese Kabu.
Le gemelle si produssero contemporaneamente nella stessa identica risatina scema.
«A Vicenza, nel nord Italia…» – rispose senza capire.
Le gemelle risero più forte. Lui, che prima le aveva trovate adorabili, iniziava a ritenerle un po’ antipatiche.
«Hellen e Vanessa sono australiane, Michael è tedesco, Ingrid è indonesiana e Reeno inglese. Quanto a me, vivo in un villaggio vicino alla foresta amazzonica. Mi spieghi come può aver fatto uno di noi a mettere il dolcetto in camera tua?»
Will era sempre più sconcertato: ad ogni minuto arrivavano nuove sconvolgenti rivelazioni. Ma Kabu l’aveva sparata troppo grossa.
«Certo, voi siete tutti stranieri, però vi capisco perfettamente!» – li accusò.
«Parliamo la lingua di Harynos!» – rispose secco Kabu – «e anche tu, Will… Per un qualche motivo qui tutti ci capiamo perfettamente, come se parlassimo la stessa lingua…» – e poi, sospirando – «…Senti: lo so che è difficile da accettare. Ma ti chiedo di avere ancora qualche minuto di pazienza. Prendi per vero tutto quello che ti viene detto, o almeno provaci, e tra un po’ succederà qualcosa che ti convincerà».
Will era tutt’altro che convinto ma, ricordando le parole di Michael, decise di stare al gioco. Annuì.
«Allora chi ha messo il cioccolatino? Non mi direte che è finito lì da solo, apparso come per magia?» – e con una mano fece alcuni gesti mimando le movenze di un prestigiatore.
Le gemelle risposero con un risolino ironico. Kabu le zittì.
«E’ stato il tuo predecessore a farti trovare la chiave. Quando qualcuno lascia Harynos per sempre a volte capita che si ritrovi in tasca qualche cioccolatino speciale. Allora può liberare altri bambini e lui ha scelto te… sarà stato un tuo caro amico o tuo fratello. Di solito è così!»
Will non aveva fratelli né tanto meno amici, non propriamente detti, comunque. L’unica spiegazione possibile che gli venne in mente era che qualcuno si fosse arrampicato fino alla terrazza. Quando era andato a prendere la pizza aveva lasciato la portafinestra aperta.
La parola “pizza” fece scattare un campanello. Aveva appoggiato il sacchetto con la soda sul comodino. Poi lo aveva rovesciato per prendere la lattina, quindi aveva sistemato distrattamente Ferro vicino alla lampada a tenergli compagnia. Il cioccolatino, con tutta probabilità, era all’interno del sacchetto. Will si convinse che glielo aveva lasciato Davide. Forse gli stavo simpatico, anzi, sicuramente! Forse non aveva nessun altro a cui darlo. Mah, questa storia è sempre più assurda!
«Per caso fino a ieri avevate qui un certo Davide?» – e fornì la sua descrizione fisica.
Lo conoscevano tutti tranne Ingrid e Reeno. Michael prese perfino a scimmiottarne i modi e lo slang mentre raccontava un breve aneddoto su di lui.
«Perché Davide non è più qui? L’effetto dei cioccolatini è limitato? Se me ne date un altro domani sera glielo porto, così torna!» – e il pensiero di avere accanto qualcuno che conosceva fu confortante.
Davide con era più grande di quei tipi e con il suo aiuto Will avrebbe potuto tenerli tutti a bada. Se Harynos esisteva realmente potevano diventarne lui e Davide i capi indiscussi: non sarebbe stato molto difficile con l’intelligenza perfida di Will e con la differenza di età dell’amico.
«Non è così semplice» – rispose calmo Kabu riferendosi alla storia del cioccolatino (Will ebbe un brivido pensando che gli avesse letto nel pensiero) – «e poi hai frainteso: il dolcetto ti serve solo per arrivare qui la prima volta. In seguito, quando ti addormenti sul letto di casa tua, ritorni.»
«Fino a quando?»
«Dipende da te… Credo che i bambini siano costretti a lasciare Harynos quando smettono definitivamente di essere tali. Quando crescono, insomma».
Davide aveva quattordici anni,Will dodici: avrebbe potuto godere di Harynos per due o tre anni. In un attimo il suo sogno di dominio svanì.
«E’ chiaro che un bambino prima viene liberato e più tempo può trascorrere ad Harynos. Anche se poi c’è chi cresce prima e chi dopo, no?»
«Tu quanti anni hai, Will?» – Michael si intromise nella conversazione – «io ne ho undici!»
«Dodici» – fu la sua risposta – «e voi?» – chiese rivolto agli altri.
Kabu parlò per tutti: – «Io ho tredici anni e sono qui da due. Le gemelle ne hanno otto e sono qui dall’anno scorso. Anche Michael è qui da un anno. Reeno e Ingrid, invece, sono nuovi, come te. Hanno lui nove e lei undici anni».
In quel momento la porta si aprì di colpo e un grosso mucchio di rampicanti, che si muovevano come fossero vivi, si affacciò sulla soglia, facendo sobbalzare Will. Tra le piante comparve una ragazza dalla pelle scura, molto bella in verità ma inquietante per il modo in cui si presentava. Sembrava che i rampicanti la trasportassero: le ricoprivano interamente piedi e caviglie e lei vi si appoggiava sopra. Apparentemente senza camminare, avanzò nella stanza di qualche metro, poi i rampicanti la lasciarono e tornarono da dove erano venuti richiudendo la porta.
«Ragazzi» – disse Kabu solenne – «questa è Loa, uno dei capi di Harynos!»
Una femmina che fa il capo?! Pensò Will con orrore.
«Ciao, Kabu. E salute a tutti voi» – disse Loa con voce atona.
Vestiva un abito sgualcito rosso a pallini bianchi con le maniche corte e la gonna sopra il ginocchio ed era scalza.
«Eccoli qua…» – continuò rivolgendosi a Kabu – «tre in una sola volta. Sono accorsa appena ho potuto. Non capita spesso, vero?»
«Non capita da quasi dieci anni, cara. E tu dovresti saperlo meglio di me!» – fu la risposta di Kabu.
Lei sorrise e la sua voce si addolcì: – «Dovrebbe essere un buon segno».
«Sicuramente è così!» – confermò lui.
Loa, che da quando era entrata continuava a far scorrere gli occhi da Will a Ingrid a Reeno, come per inquadrarli, avanzò verso il bambino sul tappeto che le sorrise per nulla intimorito. Lei ricambiò e si chinò accanto a lui. Gli accarezzò la testa e gli prese una mano, rimanendo concentrata per qualche istante sul palmo. Poi si alzò e fece lo stesso con Ingrid: le prese una mano e la osservò, come per leggerne il palmo. Arrivò il turno di Will e lui non ne volle sapere di farsi toccare da quella tipa inquietante. Tenne le mani dietro la schiena e si produsse in un ironico: – «No, grazie!».
Lei fece una smorfia e guardò Kabu. Lui alzò le spalle.
Loa indietreggiò e la porta si aprì di nuovo. Vennero i rampicanti e la portarono via. Will ebbe modo di accorgersi che l’ultimo sguardo dei suoi occhi neri e profondi era proprio per lui.
Fu Kabu a scuoterlo: – «Così hai conosciuto anche il secondo capo di Harynos».
Il biondino lo guardò: – «E il primo…?»
«Sarei io!» – finì il latinoamericano portando la mano aperta sul petto – «ho il compito di accogliere i nuovi arrivati e far loro da guida e la cosa mi riempie di gioia!»
«I capi di Harynos» – spiegò ai nuovi Michael – «vengono eletti da tutti i bambini ogni volta che uno di loro ci abbandona: sono sempre un maschio e una femmina».
«Loa quanti anni ha? Da quanto tempo è qui?» – chiese Ingrid e per la prima volta Will la sentì parlare: nonostante l’aspetto notò che aveva una bellissima voce, molto dolce.
«Loa» – rispose Kabu con una punta di tristezza nel tono – «ha quasi quattordici anni ormai ed è qui da tre…» – ma non finì la frase.
«Quanti anni può si rimanere al massimo ad Harynos? O fino a che età?» – lo incalzò Will incuriosito.
«Mah… non si è mai sentito di qualcuno che sia rimasto oltre i quindici anni ma è raro: di solito a tredici o quattordici anni al massimo bisogna andarsene. Comunque non c’è una durata limite, altrimenti, e si può restare per molti anni se si viene liberati presto…» – Kabu fece mente locale – «…qualche tempo fa ci ha lasciati un ragazzo di quattordici anni che era stato liberato a sette».
«Cavolo, sette anni sarebbero una bomba!» – commentò sognante Michael – «… vorrei non crescere mai» – concluse.
«Non ti illudere, amico…» – si affrettò a ribattere Kabu – «…prima o poi succederà a tutti noi ed è giusto che sia così. Questa è solo una breve parentesi felice che dobbiamo vivere come un’occasione… E poi tu non sei mica il Comandante Roc!» – concluse ironico.
Will intuì che il ragazzo che era rimasto ad Harynos per sette anni e quel comandante di cui parlavano potevano essere la stessa persona.
«Allora…» – cominciò ad un tratto – «…se ho ben capito io e voi siamo finiti in un mondo fantastico che si trova in un’altra dimensione e può essere visitato solo in sogno. Così ora, ogni volta che la sera mi addormenterò, finirò qui e per forza di cose nei prossimi tre anni i miei unici sogni li vivrò ad Harynos. Giusto?»
Kabu sorrise: – «Detto in questo modo è un po’ riduttivo ma sì! Però gli altri tuoi sogni non ti sono preclusi: a volte ad alcuni bambini capita di entrare ad Harynos quando sono appena usciti da un precedente sogno; altre volte, invece, è successo che usciti da Harynos si sogni ancora. Comunque puoi entrare qui una sola volta per notte e solo finché sei nella stanza o nel letto in cui hai mangiato il cioccolatino la prima volta».
Ho capito. Per cui, casomai domani sera non avessi voglia di vedere le vostre brutte facce basta che vada a dormire di nascosto nella camera degli ospiti!
Will non se ne rendeva conto, ma lentamente lasciava ogni dubbio e si perdeva nella magia di Harynos. Un paio di cose, però, non gli erano affatto chiare.
«Quanto tempo dura la permanenza notturna in questo mondo? Mi pare di essere qui da diverse ore…» – chiese pensando alle precedenti vicissitudini.
Kabu gli mostrò le dita della mano destra: – «Cinque minuti magici, e ogni minuto vale due ore, nel senso che per ogni minuto che stai facendo questo sogno nel mondo reale, ad Harynos passano due ore. Qui il tempo è come dilatato».
Will fece una smorfia ad indicare il suo scetticismo ma poi si ricordò di aver letto da qualche parte che durante i sogni il tempo era distorto e anche a lui una volta era capitato di rendersene conto: la mamma lo aveva appena svegliato per andare a scuola e lui si era riaddormentato. Subito era scivolato in un sogno in cui assieme al padre si perdeva in un bosco per tutta una notte. Cinque minuti dopo sua madre gli aveva tolto le coperte urlandogli nell’orecchio.
«Va bene, ma c’è una cosa che non capisco: tu hai detto di venire dal sud America, giusto? Quante ore di fusorario ci sono da Vicenza a casa tua? Come facciamo io e te ad essere entrambi addormentati nello stesso periodo di tempo?» – e poi, ironico – «dormi di giorno?!»
Pensava di averli fregati con quella domanda. Non tutti i bambini conoscono il fusorario.
Will lo aveva scoperto grazie a suo padre. Un giorno dovevano andare a fare un pic-nic in montagna e Alfred era tornato la sera prima da un viaggio in America. Aveva passato la giornata a dormire sul prato. Altro che giocare con suo figlio! E sua madre gli aveva detto che la colpa era del fusorario, spiegandogli in cosa consisteva.
Kabu lo scosse da quei pensieri: – «so che sei scettico ma se credi al resto puoi anche accettare che ad Harynos il tempo conti relativamente e che per una qualche misteriosa magia possa accadere che io e te ci si trovi qui insieme a dispetto del fusorario…»
Will non era convinto. C’era un’ultima questione che gli premeva conoscere.
«Cosa si fa qui? Abbiamo una missione da svolgere? Ci sono i cattivi?» – riprese infervorato. I suoi schemi mentali, infatti, non potevano non fargli pensare che se venivi trasportato magicamente in un mondo fantasy poi dovevi per forza compiere una missione e vivere una grande avventura.
Michael e le gemelle sorrisero.
«Bello, ad Harynos ci si diverte e basta! E questa la bomba!» – spiegò il primo.
Will sembrava deluso: – «Ah, si? E come? Quanti altri bambini ci sono?»
«Con te quest’anno siamo in centoquattro» – rispose calmo Kabu; poi, cambiando tono: – «ma i bambini non sono gli unici abitanti di Harynos…»
«Ti riferisci ai lombrini?»
Il latinoamericano scosse il capo.
Allora c’è qualcun altro?! Magari è come dico io: ci sono i mostri!
«…E non sono cattivi!…» – riprese Kabu come se gli avesse letto nel pensiero – «anzi, alcuni diventeranno i vostri più fedeli amici» – concluse gioviale guardando tutti e tre i nuovi arrivati.
«Mai come Maurice, però!» – esplosero in coro le gemelle e presero a riempire di coccole il loro gattino bianco.
Will le fissò per qualche istante, pensoso. Guardò Michael e nella sua mente comparve l’immagine di Freccia, l’auto magica della “squadra degli accompagnatori”. Gli occhi del biondino si spostarono infine su Kabu che prese a fissarlo con un sorriso complice.
Will sobbalzò per l’ennesima volta: un grosso ragno viola simile ad una tarantola era sbucato sopra la spalla del latinomericano. Ingrid cacciò un urlo e si alzò di scatto per scappare contro il muro alle proprie spalle. Reeno sgranò gli occhi e spalancò la bocca.
«Signori, vi presento Trama, la mia fedele compagna» – e quindi, rivolto a Ingrid – «tu non spaventarti: è innocua, e poi i bambini non hanno nulla da temere dai compagni onirici».
Will aveva già sentito Michael fare simili discorsi.
La ragazzina non sembrava convinta, allora Kabu sussurrò qualcosa al ragno che, come ad aver inteso, portò le zampe anteriori alla bocca e cominciò ad agitarle frenetiche. L’istante dopo una piccola pallina bianca si formò davanti alle minuscole fauci del ragno e prese lentamente ad ingrandirsi. Trama cominciò a lavorarla con le zampe anteriori finché la pallina non si trasformò in una bellissima ragnatela a forma di fiore che l’aracnide fece scivolare fin sul tavolo.
Ingrid abbandonò immediatamente la paura e si avvicinò per ammirare la splendida opera.
«E’ per me?» – chiese timida.
Il ragno, impennando sulle quattro zampe posteriori, squittì in segno di assenso. Lei, seppure inquieta, prese la ragnatela e ringraziò. Il fiore sembrava quasi di carta e non le si appiccicò alle mani come aveva temuto.
Will balbettò una domanda: – «…Qu-Quindi ce n’è uno anche per noi?»
Era sulle spine: l’idea di avere una creatura magica ai propri ordini lo stuzzicava parecchio ma non voleva che fosse qualcosa di insulso come quel gattino coccolone o il ragno. Alla fine pensò che il migliore di quei fantomatici compagni fosse l’auto di Michael. Cavolo, una macchina che si guida da sola e può portarmi ovunque…!
Kabu si alzò. Le gemelle e Michael lo imitarono e Maurice saltò giù dal divano. Il ragazzo che diceva di essere uno dei capi si rivolse a nuovi e disse: – «Allora, direi che è il momento di conoscere i vostri compagni onirici» – e così dicendo li precedette fuori dalla stanza.
Per i minuti seguenti Will sarebbe rimasto in uno stato di leggera agitazione.







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